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Mi rintano spesso nella mia piccola officina a muovere le mani e, inevitabilmente, ritorno a te. Allora guardo fuori e non ascolto più la radio. Esco, volo e mi perdo, mentre la sega gira e la morsa sta ferma sul banco.
Odore di diluente. Il calibro mordace misura spessori che non vedo. Colano colle su trapani assetati, e viti, tante viti, con qualche chiodo intrufolato. E’ un’armonia scandita da carte a vetro ordinate secondo grana e ridondanti bacchette di stagno.
Il mondo si fa mani. Tagliare, saldare o scolpire. Riparare, forse, vediamo, chissà dov’è la pialla. Ecco la guarnizione persa, ti riporto al rubinetto.
Poi rientro, o nell’officina o in me, non so.